A. Smith - La prima persona

Editore Feltrinelli - Milano 2010
Recensione Luciana Tufani Editrice - Leggere Donna (n. 149)
settembre-ottobre 2010


La prima persona: una raccolta di racconti che si sgranano lisci e scorrevoli come le perle di una collana. Ne è autrice Ali Smith, una scrittrice scozzese che con romanzi di pregio, quali Free love e Voci fuori campo ha ricevuto prestigiosi premi letterari.
In questo libro la Smith sceglie invece di dedicarsi al genere antico e glorioso del racconto, o novella come spesso preferiamo chiamarla noi italiani, o short story come col loro schietto pragmatismo lo definiscono gli inglesi. E’ una vecchia contesa quella sulla presunta inferiorità di un genere letterario rispetto all’altro ed è proprio con una garbata e dotta riflessione sulla natura stessa della short story che inizia il primo capitolo del libro.
Vero racconto breve, recita il titolo. Lo spunto nasce da una strana conversazione tra due uomini, colta al volo in un bar, uomini che, per strano caso, parlano di letteratura davanti a una tazza di caffè. Finisce citando le definizioni di questo genere letterario date da Borges, James, Gordimer, Munro e altri grandi autori.
Tutte vivide e calzanti, ma nessuna quanto quella di Kafka:
“Il racconto è una gabbia in cerca di un uccello”.
Di cosa parlano dunque le dodici brevi storie che Ali ci narra? Di amore fondamentalmente, in un continuo rimescolio tra realtà e immaginazione. Ma anche di pregiudizi e piccole viltà, di gusto per la vita, di curiosità per le persone, di interesse per la cultura e per la musica.
Ironica e raffinata, la Smith usa la penna con la consumata abilità che senza dubbio le deriva da una assidua frequentazione dei classici inglesi; a volte surreale, comunque sempre intelligente e divertente.
Delizioso e indicativo
Il bambino ci descrive lo stupore e le ambasce di una ignara cliente di un supermercato che scopre di colpo sul seggiolino del proprio carrello un bel pupo biondo e paffuto, ma dal linguaggio trucido e volgare. Sotto un leggiadro aspetto il bimbo nasconde una summa dei vizi del nostro consumustico presente e la sfortunata protagonista se lo porterà dietro per l’intera giornata prima di riuscire a liberarsene.
In
Sull’acqua scritto l’autrice quarantenne dialoga con una se stessa quattordicenne che si ritrova improvvisamente in casa, cercando invano, in una straniante conversazione, qualche punto di contatto con la sconosciuta adolescente che ha davanti. Troppo veloce è lo scorrere del tempo e i gusti e le mode si frappongono come uno schermo tra le diverse generazioni.
Un vario universo femminile anima queste pagine, brevi ma dense di volti e di voci.
Sono “persone” donne, ragazze bambine, ma anche uomini che parlano con grande naturalezza alla testa e al cuore del lettore. I sentimenti, i rapporti interpersonali, le dinamiche di coppia vengono indagati e poi rappresentati con rara finezza psicologica. Su tutto poi aleggia leggero l’amore per ciò che è bello e che rende migliore la vita: la poesia, il teatro, la musica.
Fidelio e Bess è a questo proposito il racconto più significativo. Forse è anche il più bello o almeno quello con la struttura narrativa più complessa e raffinata, impostato com’è su tre piani paralleli che si intrecciano senza mai sovrapporsi.
La storia di Fidelio e la musica di Beethoven si mescolano a quella di Porgy and Bess ed ancora alla storia personale di una coppia di giovani amanti, con una levità e una abilità davvero rare.
In questo caso davvero si può esser d’accordo con Ali che nella sua introduzione replica alla domanda di una amica:
“E quand’è allora che il racconto si può paragonare ad una ninfa?”
“Quando la sua eco ci risponde”.